Spazio Luce

Spazio Luce

Tutto nasce dalla luce.

Spazio Luce nasce dall’evoluzione naturale dello studio fotografico di Alessandro Lazzarin. Un luogo dedicato alla cultura dell’immagine, aperto dal 2026 a mostre, workshop e incontri.

Guarda il programma
L’insegna Spazio Luce in lettere scolpite sulla parete bianca dell’ingresso, con un cactus e il riflesso dei portici sulla vetrina

Il progetto

Spazio Luce è un luogo dedicato alla cultura dell’immagine, alla fotografia e ai processi artistici fondati sulla luce. Uno spazio contemporaneo aperto a mostre, workshop, incontri e sperimentazioni, nato per condividere conoscenze, valorizzare la ricerca e creare connessioni tra persone, opere e idee.

Non una semplice galleria, non un laboratorio, non uno studio fotografico tradizionale: un luogo aperto alle contaminazioni, alla formazione e all’incontro tra persone e idee.

La luce è la materia prima della fotografia. È ciò che rende visibile l’opera d’arte e il principio fisico che permette l’esistenza di processi come la cianotipia, il collodio umido, la stampa analogica e le tecniche istantanee.

Attività

Mostre

Un luogo espositivo che valorizza il lavoro degli artisti e offre al pubblico un’esperienza di osservazione lenta e consapevole.

Workshop

Dimostrazioni e attività formative dedicate ai processi fotografici storici e contemporanei. La conoscenza si costruisce con l’esperienza diretta, l’osservazione e la condivisione.

Incontri

Un punto di incontro dove artisti, professionisti e appassionati condividono esperienze, competenze e visioni.

Ritratto in bianco e nero di Alessandro Lazzarin con una fotocamera medio formato tra le mani

Chi sono

Alessandro Lazzarin, fotografo

Fotografo da sempre. Oggi, con Spazio Luce, anche curatore di un luogo dedicato all’immagine.

Se penso a me da piccolo, mi vedo con una macchina fotografica in mano. Credo di fotografare da sempre: è un’esigenza di fermare il tempo, di testimoniare, di ricordare in qualche modo i luoghi, le persone, i gesti e le emozioni.

Dopo quarant’anni di scatti e migliaia di immagini, cui associare ricordi ed emozioni, se mi chiedono quale sia la fotografia che più mi rappresenta penso subito a quella che mi ritrae, all’età di cinque anni, con la mia Agfamatic 100: il primo regalo di cui abbia un ricordo ben definito. In quell’immagine era già scritta la mia storia, o meglio quella che sarebbe stata la mia passione più grande: la fotografia.

Non riesco a vivere senza fotografare le persone e le loro emozioni. Amo stare con la gente e amo raccontare le loro storie. Il matrimonio, l’evento, il reportage umanistico diventano così la punta dell’iceberg: il momento perfetto per vivere e ritrarre emozioni forti, uniche. Mi piace raccontare per immagini, in un susseguirsi di istantanee uniche e irripetibili.

Le mie esperienze sono varie: dal reportage di viaggio — organizzo viaggi dedicati agli appassionati di fotografia — al matrimonio, dal reportage umanistico al lavoro di fotografo di scena nei teatri, fino al ritratto. La persona è sempre al centro di tutto ciò che fotografo.

Negli ultimi anni qualcosa si è trasformato anche nel modo in cui ho iniziato a intendere questo lavoro. Lo studio fotografico in cui sono cresciuto, quello aperto da mio padre Gino cinquantacinque anni fa, è sempre stato più di un semplice luogo di lavoro: un posto dove le immagini si fermavano a raccontare qualcosa a chi lo attraversava. Con il tempo ho sentito il bisogno di rendere esplicito ciò che, in fondo, era sempre stato implicito: che lo spazio di un fotografo può diventare uno spazio della cultura dell’immagine, aperto e condiviso.

Da questa consapevolezza nasce Spazio Luce, evoluzione naturale del mio studio, che si apre oggi a mostre, workshop, incontri e alla ricerca artistica in senso più ampio. Non ho smesso di fotografare — continuo a farlo ogni giorno — ma ho scelto di affiancare al mio lavoro un luogo che parli anche attraverso lo sguardo di altri: dei fotografi che vi espongono, di chi partecipa ai workshop, di chi semplicemente entra e si ferma a guardare.

È lo stesso gesto di sempre, fermare il tempo. Oggi condiviso con uno spazio intero.

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Prossimi appuntamenti

15 ottobre, ore 20

Spazio Luce Talks. Mario Vielmo, una vita sugli Ottomila

Incontro su invito

22 ottobre, ore 20

Presentazione. Lo sterminato giallo, di Matteo Mohorovicich

Incontro

14 novembre, ore 17

Tra gli occhi e il tempo. Gino Lazzarin, dall’India a Catching Moving Image

Mostra

[Data]

[Titolo del workshop]

Workshop

Alpinista in tenuta da alta quota davanti a una parete innevata

Spazio Luce Talks

Mario Vielmo, una vita sugli Ottomila

Giovedì 15 ottobre 2026, ore 20
Spazio Luce, Via Garibaldi 27, Lonigo
Ingresso su invito

Mario Vielmo è un alpinista e guida alpina originario di Lonigo, in provincia di Vicenza. La sua lunga esperienza sulle montagne più alte del mondo comincia nel 1996 con una spedizione al Broad Peak, dove raggiunge quota 7.500 metri. Due anni dopo conquista il Dhaulagiri, il suo primo Ottomila.

Da quel momento Vielmo prosegue un percorso durato quasi trent’anni. Scala, tra le altre montagne, il Manaslu, il Cho Oyu, l’Everest, il K2, il Makalu, l’Annapurna, il Lhotse, il Nanga Parbat e i due Gasherbrum. Il 9 ottobre 2024 raggiunge la vetta principale dello Shisha Pangma, a 8.027 metri, completando così la salita delle quattordici montagne della Terra che superano gli ottomila metri.

Vielmo ha conquistato tredici di queste vette senza ossigeno supplementare. Durante la salita dell’Everest del 2003 utilizzò invece una bombola abbandonata negli ultimi 200 metri, dopo che il forte vento gli aveva impedito di continuare nelle condizioni previste.

Le sue spedizioni raccontano anche il lato più duro dell’alpinismo. Nel 2007 raggiunge la cima del K2, ma durante la discesa perde il compagno Stefano Zavka. Nel 2021, dopo aver scalato il Gasherbrum I, partecipa al salvataggio di un alpinista tedesco caduto in un crepaccio. Nel 2023 rinuncia al tentativo sullo Shisha Pangma dopo una valanga che provoca la morte di quattro alpinisti.

Per Vielmo la montagna rappresenta anche un mezzo per richiamare l’attenzione su temi sociali e ambientali. Sul Makalu portò la fiaccola delle Olimpiadi invernali di Torino con un messaggio di pace del Dalai Lama. In altre spedizioni ha sostenuto progetti per i bambini tibetani e nepalesi, la lotta alla distrofia muscolare e la campagna contro l’inquinamento da PFAS.

Il completamento dei quattordici Ottomila costituisce il risultato di una vita segnata da preparazione, pazienza e rispetto per l’ambiente d’alta quota. Più che la ricerca di un record, il percorso di Mario Vielmo testimonia una relazione profonda con la montagna e la volontà di trasformare ogni salita in un’occasione per comunicare un messaggio.

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Ritratto di Matteo Mohorovicich su sfondo metallico ossidato

Presentazione

Lo sterminato giallo

Giovedì 22 ottobre 2026, ore 20
Spazio Luce, Via Garibaldi 27, Lonigo

Matteo Mohorovicich è nato a Legnago nel 1980 e vive in provincia di Verona. Di formazione classica, laureato in Lettere antiche, ha trasformato l’amore per le parole in mestiere: è giornalista della Tgr Rai del Veneto, dove da anni segue la cronaca e le questioni ambientali.

Ha esordito nella narrativa con Lampedusa a mille miglia (Panda Edizioni, 2019), un romanzo di confine e di attraversamenti che ha saputo raccontare l’attualità con parole delicate.

Con Lo sterminato giallo ha firmato la sua prima raccolta di poesie, dove la misura del reportage incontra quella più intima e sospesa del verso.

A Spazio Luce avremo l’onore di ascoltare la sua voce e dialogare con lui.

Per informazioni, scrivici
Fotografia di Gino Lazzarin scattata in India: un uomo di spalle affissa manifesti di film su un muro dipinto

Tra gli occhi e il tempo

Gino Lazzarin. Dall’India a Catching Moving Image

Inaugurazione sabato 14 novembre 2026, ore 17
Spazio Luce, Via Garibaldi 27, Lonigo

“Tra gli occhi e il tempo” richiama discretamente il titolo del suo libro Tra gli occhi e il cuore, ma introduce il tema che unisce i due nuclei della mostra: il tentativo di fermare qualcosa destinato a scomparire.

Testo di presentazione

Questa mostra nasce prima di tutto da un legame.

Gino Lazzarin è mio padre. Cinquantacinque anni fa ha aperto lo studio fotografico nel quale sono cresciuto e nel quale, quasi senza accorgermene, ho imparato a guardare. Da lui ho ricevuto la passione per la fotografia, ma anche quella per l’India: un luogo che ha attraversato a lungo il suo lavoro e che, in seguito, è entrato profondamente anche nella mia vita.

Dedicargli questa mostra significa tornare all’origine. Significa riconoscere una storia personale e professionale che continua nel presente e che oggi trova una nuova casa in Spazio Luce.

Il percorso mette in relazione due momenti apparentemente lontani della ricerca di Gino Lazzarin.

Il primo nasce in India negli anni Ottanta. Sono fotografie realizzate su pellicola, attraverso il tempo lento del viaggio e del negativo in bianco e nero. Volti, corpi, strade e gesti quotidiani affiorano dalla materia fotografica con la forza di un incontro. Non cercano un’India esotica o spettacolare. Raccontano una vicinanza, costruita attraverso l’attenzione e la disponibilità a lasciarsi sorprendere.

Queste immagini appartengono a un’epoca nella quale fotografare significava attendere. Lo scatto custodiva una porzione di tempo che sarebbe riapparsa soltanto più tardi, nel silenzio della camera oscura. La grana, i contrasti e le imperfezioni del negativo diventavano parte della memoria.

All’altro estremo del percorso troviamo Catching Moving Image, l’ultimo ciclo della sua ricerca. Qui Gino fotografa immagini che scorrono sugli schermi di computer e televisori. Interrompe per un istante il flusso digitale, catturando figure instabili, deformazioni e apparizioni che l’occhio, normalmente, non riuscirebbe a trattenere.

Il soggetto non si trova più davanti al fotografo. Esiste già come immagine, mediato da uno schermo e colto durante il suo movimento. Il fermo immagine e la successiva elaborazione liberano volti e corpi dalla loro forma originaria. Le figure acquistano una nuova autonomia grafica e cromatica, talvolta vicina alle tensioni e alle deformazioni della pittura di Francis Bacon. Il rapporto con la realtà diventa più incerto, ma l’indagine sull’essere umano rimane centrale.

Tra l’India analogica e le immagini digitali passa un’intera vita dedicata alla fotografia. Cambiano gli strumenti, la materia e il colore. Non cambia il desiderio di osservare ciò che si nasconde dietro l’apparenza.

Da una parte, il negativo conserva la traccia fisica di un incontro. Dall’altra, la fotografia sottrae allo schermo un’immagine che stava già scomparendo. In entrambi i casi Gino compie lo stesso gesto: ferma il tempo e ci invita a guardare più a lungo.

Presentare queste opere in Spazio Luce ha per me un significato profondamente personale. Questo luogo apre una nuova stagione, ma porta con sé una storia iniziata cinquantacinque anni fa. È uno spazio rivolto al futuro che nasce anche dal lavoro di mio padre, dal suo studio, dai suoi viaggi e dalla libertà con cui ha continuato a interrogare la fotografia.

Questa mostra vuole essere un omaggio, ma anche un passaggio di testimone. Un ringraziamento per ciò che mi ha trasmesso e per lo sguardo che, attraverso le sue immagini, continua a vivere nel mio.

Per informazioni, scrivici

Processi fotografici

Cianotipia

Collodio umido

Stampa analogica

Polaroid e istantanee

Qui convivono pratiche antiche e linguaggi contemporanei: l’artigianalità dei processi e la ricerca artistica, nel tempo lento delle tecniche storiche.

Lo spazio

Circa cento metri quadrati di ambiente contemporaneo: tonalità chiare, superfici bianche e grigio chiaro, illuminazione dedicata alle opere e dettagli in legno naturale.

L’estetica richiama la cultura progettuale del Nord Europa: essenziale, luminosa, funzionale e accogliente. Libri, fotocamere e oggetti raccolti negli anni convivono con le opere esposte.

Fotocamera a banco ottico d'epoca su cavalletto, con panno blu e obiettivo a soffietto Libri di fotografia in scaffale: Henri Cartier-Bresson e Robert Doisneau Scaffale con scritta LOVE, cornici e ritratto in bianco e nero, davanti a una tenda in lino Ritratto in bianco e nero su cavalletto, con l'orologio e la tenda sullo sfondo Libri fotografici su una poltrona: Saul Leiter e Andy Warhol Libri fotografici in scaffale: Peter Lindbergh e Sebastião Salgado Il libro Alberi di Michael Kenna su un leggio, con riviste fotografiche impilate Scaffale con fotocamere, cornici e stampe

Tutto nasce
dalla luce.

Manifesto

Prima dell’immagine, prima della materia, prima ancora dello sguardo, c’è la luce. È la luce che rivela le forme, che rende visibile ciò che esiste, che trasforma una superficie sensibile in memoria, un’intuizione in opera, un’idea in esperienza.

Spazio Luce nasce da questa consapevolezza. Nasce come evoluzione di uno studio fotografico e diventa un luogo aperto alla ricerca, alla sperimentazione e all’incontro. Un ambiente dedicato alla cultura dell’immagine, dove fotografia, arte e processi creativi dialogano tra loro in modo naturale.

Crediamo nel valore del fare.
Nel tempo lento delle tecniche storiche.
Nella bellezza dei processi analogici.
Nella conoscenza che si costruisce attraverso l’esperienza diretta, l’osservazione e la condivisione.

Per questo Spazio Luce accoglie mostre, workshop, incontri e progetti che mettono al centro la relazione tra persone, opere e idee.

Qui convivono pratiche antiche e linguaggi contemporanei. La cianotipia e il collodio. La fotografia analogica e le sperimentazioni più attuali. L’artigianalità dei processi e la ricerca artistica. Ogni attività nasce dal desiderio di creare connessioni, generare curiosità e offrire occasioni di scoperta.

Lo spazio riflette questa visione. Un ambiente essenziale, luminoso e accogliente, dove la luce non è soltanto uno strumento, ma una presenza costante. Una materia invisibile che attraversa ogni progetto.

Spazio Luce è un luogo da osservare, da attraversare e da vivere. Un luogo dove imparare. Dove condividere. Dove lasciarsi ispirare.

Perché ogni immagine nasce dalla luce.
E ogni nuova visione nasce dall’incontro.